Il restauro infinito de L’Atalante, ora in 4K al cinema

L'Atalante

Da oggi in sala in fiammante nuova edizione restaurata e in 4K, L’Atalante di Jean Vigo continua a sprigionare fascino a dispetto di una vicenda travagliata. In attesa di gustare il film, ripercorriamo la lunga storia di un’impresa impossibile, quella di riportare L’Atalante alla versione voluta dal suo autore 

Da oggi, per una volta ancora, L’Atalante di Jean Vigo sarà nelle sale italiane, in fiammante nuova edizione restaurata e in 4K. L’uscita anticipa quella in cofanetto dell’opera omnia del regista francese, tutta orgogliosamente restaurata presso il laboratorio “L’Immagine Ritrovata”  della Cineteca di Bologna, nella nuova sede a Parigi.

L'AtalanteL’Atalante è un film considerato, come si dice, “di culto”, assurto a tardiva popolarità in Italia presso il pubblico di Rai Tre che per decenni ne memorizzava frammenti nella sigla del programma cinefilo Fuori Orario, al ritmo di Because the Night di Patti Smith. Suggestione nemmeno lontanamente paragonabile a quella del film, febbricitante inno all’amour fou imbastito negli anni trenta da un genio anarchico e anticonvenzionale, misconosciuto dai contemporanei ma talmente potente da anticipare e influenzare intere generazioni di registi successivi.

Pregustando dunque questa nuova occasione di affondare nell’avvolgente lirismo di questo film, sarà bene ricordare che quello presentato non è l’unico restauro, ma il più recente di una lunga serie, e potrebbe persino non essere quello definitivo. La storia del film L’Atalante è stata infatti anche la lunga storia di un’impresa impossibile: quella di conoscere il film nella forma che avrebbe voluto il suo autore.

L'AtalanteIl fatto è che L’Atalante è entrato nella leggenda, prima ancora che nella storia del cinema, per essere il primo e unico lungometraggio di Jean Vigo e per avere condiviso il destino maudit del suo autore, malato di tubercolosi e scomparso nel 1934 ad appena 29 anni senza avere avuto nemmeno il tempo di presenziare al montaggio del film e accompagnarlo all’uscita.

Così, mentre Jean si spegneva in un letto di ospedale, anche L’Atalante andava irrimediabilmente perduto. La casa di distribuzione Gaumont, convinta dalla fredda accoglienza degli esercenti che il film non avrebbe ottenuto grandi incassi, prima del lancio impose una drastica revisione del montaggio. Chiese tagli di intere scene che portarono il film dagli 89 minuti originari a poco più di 60 e fece sostituire la musica originale del film con una canzone di successo, Le chalande qui passe (nient’altro che la trasposizione francese di Parlami d’amore Mariù di Cesare Andrea Bixio) che dette anche titolo al film. Ciò non servì a evitare il tonfo commerciale, e il film scomparve così dalle sale appena dopo due settimane di programmazione.

Cominciò allora un’altra lunga storia, quella dei molteplici tentativi di ricostruire L’Atalante nella prima versione, approvata da Vigo e vista soltanto dagli esercenti che ne avevano decretato la condanna. La sovrapposizione degli interventi ha creato negli anni cinquanta del Novecento una situazione di estrema confusione filologica, che fece dire al critico François Chevassu “è impossibile trovare una copia originale del film, ed estremamente difficile trovarne due identiche”: il negativo era perduto e di fatto esistevano tante versioni del film quante le copie in circolazione.

Una svolta arrivò nel 1990 con il casuale ritrovamento al British Film Institute, in custodia sigillata, di una copia intatta della versione del 1934 (nel Regno Unito non era mai arrivato Le chaland qui passe) in perfetto stato di conservazione. Sulla base di questa copia la Gaumont si decideva ad affidare a Pierre Philippe e Jean-Louis Bompoint il restauro del film, presentandolo al Festival di Cannes dello stesso anno come “al 99% quello voluto da Jean Vigo”. L’impresa fu raccontata in un documentario realizzato al tempo dalla BBC.

Qualcosa non deve tuttavia essere andato nel verso giusto, se ad appena un decennio di distanza la stessa Gaumont e Luce Vigo, figlia del regista, tornano sul lavoro fatto rivolgendosi stavolta a Bernard Eisenschitz per “rivisitare” il lavoro precedente e varare nel 2001 una seconda versione del restauro.

La cosa non è andata affatto giù a Bompoint, comprensibilmente, che ha variamente accusato Gaumont e la stessa Luce Vigo di essersi fatti convincere da un “oscuro critico” e “sedicente storico” a un nuovo ritocco “con intenzioni tanto maldestre quanto ‘pseudo-intellettualistiche’, che restano molto distanti dallo spirito di Jean Vigo”. Dalla sua parte anche il regista francese Michel Gondry, da cultore del cinema di Vigo, il quale non ha fatto mistero di preferire la versione del 1990 di L’Atalante, inedita in dvd e oramai introvabile.

E siamo al 2017, con il terzo intervento di restauro promosso in meno di un trentennio dalla Gaumont (stavolta in collaborazione con la Cinémathèque française e The Film Foundation) e ancora una volta affidato alle cure di Eisenschitz. Confezione in 4K a parte, la promessa è di nuovo quella di riportare il capolavoro di Vigo “alla versione più vicina possibile a quella voluta dall’autore” grazie a nuove scoperte, allo sviluppo degli scambi tra archivi e alle nuove potenzialità della ricerca e della tecnica.

Basta questa sommaria carrellata per concludere che, se ogni restauro è in fondo una reinterpretazione, tanto più in questo caso il film voluto da Jean Vigo si può solo immaginare attraverso le ricostruzioni più o meno filologiche, più o meno discutibili, fatte da suoi posteri.

Eppure L’Atalante ha continuato a emanare la sua potenza e il suo fascino, a dispetto di questa storia travagliata, di riscoperta in riscoperta lasciando traccia soprattutto nell’ispirazione dei registi della nouvelle vague. Chi volesse farsene un’idea schietta si goda pure questo confronto, datato 1968, tra Eric Rohmer e François Truffaut sul film L’Atalante. Non si potrebbe trovare postfazione migliore al capolavoro di Vigo.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*