Passo da montanaro, passo da scrittore nel romanzo di Paolo Cognetti

Le otto montagne è il Premio Strega 2017. Si apre su uno dei più begli incipit di romanzo letti di recente e consegna al lettore un’esperienza suggestiva come un’escursione in alta quota ♦


Ci sono diverse cose sorprendenti, nel romanzo Le otto montagne di Paolo Cognetti. Una l’ha riconosciuta il collega Paolo Di Paolo, scrittore di un lustro più giovane: “Prima di tutto, usa un bellissimo italiano. Pochissimi suoi coetanei (è del 1978) lo possiedono”.

Della qualità della scrittura il romanzo dà prova in un incipit che non si fatica a definire perfetto e che porta il lettore dentro il tema con pennellate sicure, intinte nella concretezza:

“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.

Mia madre, che l’aveva conosciuto da ragazzo, diceva che lui non aspettava nessuno nemmeno allora, tutto preso a inseguire chiunque vedesse più in alto: perciò occorreva aver buona gamba per rendersi desiderabili ai suoi occhi, e ridendo lasciava intendere di averlo conquistato così.”

C’è poi un’altra cosa sorprendente, di questo romanzo: l’essere per Paolo Cognetti punto di approdo di un talento artistico irrequieto il quale, a partire dagli esordi nel vivaio di Minimum Fax, fino a ieri si era fatto ispirare da scenari opposti: non l’austerità severa delle creste alpine, ma la frenesia metropolitana delle “ragazze di successo” dei suoi primi racconti milanesi (2004) o quella New York che è come una “finestra senza tende” (2010) piena di cibi da mangiare e da raccontare (in Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, 2014).

La svolta repentina impressa da Paolo Cognetti alla propria poetica – può darsi non l’ultima, per un autore ancora sotto i quaranta – nasce da un personale percorso biografico. Da diversi anni lui stesso ha preso le distanze dalla metropoli e ha scelto di vivere vari mesi all’anno isolato in montagna, ambiente al quale è stato educato da ragazzo dal padre.

paolo_cognetti_montagneCosì, lo dice pure il titolo, Le otto montagne ha per ingrediente principale l’esperienza della montagna che si fa esperienza di vita: le solitudini e i silenzi, l’arcaica operosità delle comunità vallive, la coscienza aumentata di sé e dell’uomo selvatico che è in ciascuno di noi, le fatiche dell’ascesa e le sue ricompense, le lezioni impartite dalla natura, i rapporti umani che in quota si cementano in modo tutto peculiare. Questa dimensione Paolo Cognetti non solo la conosce per il fatto di viverla in prima persona, ma la sa anche raccontare con uno stile asciutto, moderno e preciso, senza retorica, che ha sorpreso tanti per la sua maturità da “classico” (così per esempio Goffredo Fofi su Internazionale, Maurizio Crosetti sulla Repubblica, Nicola H. Cosentino su Minima&Moralia).

In questa dimensione, in cui fa propria tra l’altro la lezione del suo nume Mario Rigoni Stern, Cognetti regala al lettore alcune delle pagine più belle del romanzo: tra le tante, il racconto del battesimo di Pietro alla quota dei ghiacciai, con l’esperienza drammatica del mal di montagna. E immagini indimenticabili, come la rivelazione allo sguardo dei genitori di un paesaggio alpino inedito:

Rispetto ai profili dolci del Veneto e del Trentino quelle valli occidentali le sembravano anguste, buie, chiuse come gole; la roccia era umida e nera, torrenti e cascate scendevano dappertutto. Quanta acqua, pensò. Deve piovere moltissimo qui. Non si rendeva conto che tutta quell’acqua nasceva da una sorgente eccezionale, né che lei e mio padre ci stavano andando proprio incontro. Risalirono la valle finché non furono abbastanza in alto da uscire di nuovo al sole: lassù il paesaggio si aprì e all’improvviso, davanti agli occhi, avevano il Monte Rosa. Un mondo artico, un eterno inverno che incombeva sui pascoli estivi. Mia madre ne fu spaventata. Mio padre invece diceva che fu come scoprire un altro ordine di grandezza, arrivare dalle montagne degli uomini e ritrovarsi in quelle dei giganti. E naturalmente se ne innamorò a prima vista.

Il Monte Rosa resta lo sfondo del racconto ma entra pure, in modi diversi e mutevoli secondo le età, nei destini dei personaggi: di Pietro, voce narrante; dei suoi due genitori; e di Bruno, l’amico fraterno conosciuto nelle estati da ragazzo a Grana, immaginario villaggio ai piedi del massiccio. La vicenda abbraccia un quarantennio della vita del nostro paese, che dalla “Milano a ferro e a fuoco” della fine degli anni settanta lambisce l’Italia del 2010 “sprofondata in una crisi economica grottesca”. Ma i fragori della fabbrica, della città e della storia restano attutiti dal racconto a distanza, mentre in primo piano le storie dei protagonisti procedono in rapporto stretto con i monti.

Un rapporto che assume tante forme: l’alpinismo d’annata del padre di Bruno, gagliardo e ansioso (ogni estate un Quattromila); di sua moglie che invece “alle corse cominciò a preferire sedersi nei prati, o immergere i piedi in un torrente, o riconoscere i nomi delle erbe e dei fiori”. L’omo servadzo valligiano, in rapporto di mera sussistenza con l’ambiente delle valli alpine, destinate a restare spopolate e con i pascoli in abbandono (“Guardare in basso, dove c’erano soldi e lavoro, e non in alto, dove non c’erano che sterpi e ruderi”). E poi, nei percorsi paralleli e divaricati dei giovani Pietro e Bruno, i nuovi orizzonti: la scoperta dell’arrampicata libera moderna sulle orme dei leggendari hippies di Yosemite; l’età dei viaggi in Nepal; i progetti di ritorno a un’economia agricola montana a impatto zero; la montagna come ultimo approdo dell’utopia sociale, con i progetti di trasformare i villaggi montani in cittadelle ecologiche.

leottomontagne

Le otto montagne – il titolo si riferisce a un apologo che Pietro apprende da un anziano nepalese – è un romanzo di sicura ispirazione, che trova un punto di debolezza forse solo nella trama principale, ovvero quella storia di amicizia maschile un po’ troppo esemplare e densa di premonizioni. Senza per questo sottoscrivere il giudizio ingiustamente liquidatorio emesso da Marco Belpoliti dalle pagine dell’Espresso, bisogna ammettere che in ciò la storia si perde un po’ nell’ovvio e nel già visto. Può darsi che non abbiano giovato al suo autore alcune influenze discutibili, in parte esplicitate da Cognetti stesso che cita per esempio Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse e Due di due di Andrea De Carlo (che Francesco Pacifico definisce “Claudio Baglioni del romanzesco”).

Ora Le otto montagne si è portato a casa il Premio Strega 2017. Lanciato come “caso letterario” dall’editore Einaudi, alla Fiera di Francoforte 2016 aveva già venduto i diritti per la traduzione del romanzo in trenta paesi diversi, ancor prima dell’uscita in Italia. Ha raccolto consensi pressoché unanimi. Meritati.

Però fa un po’ effetto vedere questo ragazzo schivo, un po’ Pietro un po’ Bruno, sottoporsi alla giostra mediatica alimentata dal successo del libro. Il culmine ieri sera, in diretta televisiva su Rai Tre, nella consueta orgia di mondanità imbastita nella serata finale del Premio Strega al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma.

Allora meglio pensare che dietro al quello sguardo frastornato e felice, oltre al giusto orgoglio d’autore, resti pronto il passo da montanaro, e ferme in testa le poche e chiare regole che ci ha consegnato Paolo Cognetti nel suo bel libro: “uno, prendere un ritmo e tenerlo senza fermarsi; due, non parlare; tre, davanti a un bivio, scegliere sempre la strada che sale.” Vale in letteratura come sui sentieri d’alta quota.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi 2016 (Supercoralli), 208 pp., € 18,50

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