L’informazione nella rete, L’Espresso e la carta igienica

Il direttore de L'Espresso Tommaso Cerno

L’Espresso prova a rilanciare la storica testata con una campagna che evoca il rinascimento della carta stampata. Ma dal web il mondo dell’informazione insorge e fa le pulci all’incauta provocazione del direttore Cerno ♦

Domenica 26 febbraio il nuovo L’Espresso di Tommaso Cerno ha voluto accompagnare il rilancio della testata con un’operazione vintage, provocatoria e un po’ incauta, strillata in copertina con il titolo “Scusate se il futuro è di carta”. All’interno, il direttore del settimanale annuncia la sua linea editoriale, che punta a riconnettersi a gloriose radici recuperando per l’occasione la grafica originaria della testata.

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Il direttore de L’Espresso Tommaso Cerno

Al rilancio è dedicata parte del numero ancora in edicola. Filo conduttore è un’ode all’inchiostro e alla carta che “data per morta, invece vive una rinascita”. Lo speciale allinea titoli un po’ feticisti come “Quel senso profondo nella cellulosa”, “Se la mano tocca, il cervello risponde”, “Torna l’arte della calligrafia”. Sempre stando alla titolazione dell’Espresso, il libro è “una tecnologia che funziona meglio”.

Nessuna sorpresa dunque se l’uscita del numero ha scatenato nel corso della settimana il tifo contrario degli aedi del digitale, pronti a reagire dalla Rete per stroncare ogni velleità residua del giornalismo in edicola. Quello sulle sorti dell’editoria cartacea in un mondo digitalizzato è uno spartito giornalistico prevedibile che alterna annunci di segno opposto, ognuno con un’oncia di vero annegato in una libbra di presunzioni inattendibili. Il libro di carta è morto. Anzi no, contrordine: è vivo e lotta insieme a noi. Il mercato dell’ebook è il futuro; oppure no, si è fermato e dà segni di stanchezza. Ma il giornalismo, quello sì, è ormai definitivamente consegnato al digitale, alla rete e allo spirito dei social. E invece L’Espresso pretenderebbe di rilanciarsi come giornale di carta, oggetto da toccare e da annusare!

La prima reazione, a stretto giro, arriva da Michele Mezza, ex giornalista Rai, ora docente di culture digitali all’università Federico II Napoli e fervidamente convertito alla Rete, a cui da non molto ha dedicato un libro che è però anche un sito e si intitola Giornalismi nella rete. Su Key4Biz Mezza dà fuoco alle polveri definendo l’ultimo numero de L’Espressouna vera seduta psicoanalitica per giornalisti sull’orlo di una crisi di nervi” e puntualizzando che “Come ironizza sullo stesso settimanale Michele Serra, gran parte della carta prodotto ormai è destinata a diventare carta igienica, forse l’unica tipologia al momento non minacciata dalla digitalizzazione.

Persino più impietose le nostalgie di un altro giornalista di lungo corso, il torinese Giorgio Levi, dal suo blog: “Uno può metterla come gli pare, e il direttore dell’Espresso Tommaso Cerno è sincero quando annuncia il lancio di una nuova versione del settimanale […] Fa persino un po’ tenerezza. Resta tuttavia il fatto che l’Espresso è ormai ridotto ad un supplementino domenicale di Repubblica, nemmeno l’ombra di quello che fu il magazine più letto, più agguerrito, più battagliero della storia del giornalismo italiano.

L’esito estremo della mini baruffa si è avuto però quando il blog Culture digitali, tenuto da Antonio Rossano sul sito dell’Espresso, ha pubblicato il post “Ma il futuro non è di carta” che suona un po’ come smentita del settimanale in casa propria. Certo, Rossano non si abbandona a stroncature tranchant e fa un’operazione critica articolata, analizzando nel merito l’operazione che definisce “incredibilmente, anche simbolicamente, conservativa” e obsoleta.

Eppure infine anche Rossano chiude il suo post sulla certezza che esiste ed esisterà ancora uno spazio per la carta.

E allora: se questo è vero, ed è vero, dato per scontato che il nuovo L’Espresso non ci regalerà un ritorno a un modello di giornalismo colto che odora di inchiostro e che appartiene alla storia, guardiamo avanti e attendiamo però alla prova il direttore Cerno che promette di fare del magazine “Un libro settimanale. Con un’anima. Un filo emotivo che lega argomenti solo all’apparenza distanti. Incatenati nel profondo come i personaggi di un romanzo.” Ci vorrebbe però di rinunciare a certi pezzi usa-e-getta. Con quelli, si sa, a fine settimana ci si avvolge il pesce.

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